alto contatto e paura di viziare

La scoperta dell’alto contatto

ALTO CONTATTO: conciliare i bisogni di mamma e bebè per vivere e crescere meglio.

Quando rimasi incinta del mio primogenito (Tomaso, 12 anni), vivevo in un appartamento in centro a Milano che aveva una struttura un po’ particolare: dalla camera alla cameretta c’era un lungo corridoio.

Della mia prima gravidanza ho bene impressa nella mente questa scena: “Amore ho pensato di prendere una radiolina di quelle con il video così potremmo vederlo e intervenire in qualsiasi momento. “

Max, il mio compagno, malgrado non fosse discendente né di Steiner né di Bowlby, mi guardò con aria stupita: “Davvero pensi di piazzarlo qui in fondo, così lontano da noi?”

All’epoca non ero aggiornata sui bisogni di attaccamento e contatto dei bambini.
Al corso preparto ci avevano insegnato come respirare, come riconoscere le prime contrazioni e STOP.
Tutti i dettagli cruciali della relazione mamma/neonato li avevano omessi o forse non erano aggiornati neppure loro.

Insomma, partivo con la convinzione che sarebbe stato subito autonomo, ma nell’istante stesso in cui incrociai il mio sguardo con quello di Tomaso, io da quella creatura non sono più riuscita a separarmi.

Quando lo portarono alla nursery in attesa del pediatra contavo i minuti e dopo mezz’ora, che mi sembrò eterna, mi presentai alla porta e litigai con una puericultrice che mi diceva: “Abbia pazienza, glielo portiamo dopo la visita del pediatra.”
Erano le 6 del mattino, avevo partorito da due ore, il pediatra sarebbe arrivato alle 9.

“Voglio mio figlio adesso, altrimenti sfondo la porta. Quando arriva il pediatra chiamatemi che ve lo porto” – Fu la mia risposta.

Appena arrivata a casa, tutti mi dicevano: “Mettilo giù che poi prende il vizio” – mentre io avevo bisogno di sentire la sua pelle sulla mia.

Tutti dicevano: “Fallo dormire nella culla” – ma io non riuscivo a chiudere occhio perché stavo a fissarlo in un misto di stupore, meraviglia e terrore che potesse smettere di respirare.

Le prime settimane furono un vero e proprio delirio.

Tomaso ululava appena lo posavo.

Io mi sentivo lacerata tra:

  • quello che dovevo fare in base a ciò che mi veniva detto dagli “esperti”– amici e parenti e pure il barista single sottocasa;
  • quello che sentivo come impulso incontrollabile, tenerlo addosso.

Ricordo un tardo pomeriggio di maggio, in cui lui piangeva distrutto dalle “coliche” e io piangevo perché ero stanca e non sapevo più cosa fare.

Una voce dentro mi disse:
TU SAI COSA FARE PER TUO FIGLIO, FALLO E BASTA.

Lanciai l’ovetto fuori dalla porta, spogliai il piccolo Tom e me lo infilai nella camicia aperta, poi presi un lungo telo indiano e me lo legai intorno fasciandoci insieme.

Mi fiondai su internet e cominciai a fare ricerche, mi si aprì un mondo: il contatto è un bisogno fisiologico del bambino che non crea vizi ma sicurezza, autostima e un legame di profonda fiducia.

Il resto è storia.

Ho praticato con successo e comodità il babywearing.

Il mio allattamento, che stentava a decollare, è diventato quasi uno stile di vita e dopo Tomaso ho allattato anche Leonardo e Gregorio con soddisfazione.

Il co-sleeping ci ha permesso di crescere senza perdere neanche una notte di sonno.

Il risultato è che miei giovani ragazzi, oggi di 12, 7 e 5 anni, sono sereni, autonomi e indipendenti.
Abbiamo una relazione di amore e fiducia reciproca che ci permette di affrontare ogni fase della crescita.

Alli Beltrame
Counsellor, formatrice e mamma. Fondatrice di Educazione Responsabile.

Foto di Inartebebè – www.inartebebe.com


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