LA SCUOLA AL TEMPO DEL COVID.

Sabato ho fatto una diretta sul gruppo Meglio Prevenire che Sgridare e, come immaginavo, molte domande riguardavano la gestione delle lezioni e dei compiti a casa.

Riflettiamo: cosa possiamo fare per sostenere bambini e ragazzi che dalla sera alla mattina hanno perso il contatto con la realtà che conoscevano?

Con che strumenti, pratici ed emotivi, alunni e studenti possono affrontare studio e compiti in una dimensione quotidiana completamente stravolta?

Quale può essere, per loro, la motivazione a proseguire un percorso scolastico che ha perso ogni riferimento?

Se la preoccupazione principale della scuola in questo momento è “come non fargli perdere l’anno”, il sacrificio che bambini e adolescenti stanno compiendo in questi giorni non servirà a nulla.
E’ surreale convincersi di poter continuare a imbottire i più giovani di nozioni, propinando schede, compiti e verifiche, come se la scuola avesse semplicemente trasferito la sua sede dai banchi al tablet appoggiato sul tavolo in cucina.

Fino a pochi giorni fa abbiamo preteso davvero troppo dai bambini, stritolati da ritmi disumani e insensati.

E’ arrivato il momento di ascoltare ciò che i ribelli, gli oppositivi, gli iperattivi, gli svogliati, i timidi, i gregari, gli intelligenti che non si applicano, hanno urlato per generazioni dentro e fuori le aule degli istituti scolastici: metteteci al centro della relazione prima che del programma.

Da quasi dieci anni lavoro con genitori e insegnanti e ascoltando il loro giustificato lamento rispetto al famigerato “programma” troppo serrato.

Docenti che faticano a creare relazioni profonde con gli alunni perché il tempo per ascoltarli e condividere riflessioni, non c’è.

Mamme e papà che distruggono il poco tempo a disposizione pungolando, sgridando e minacciando i figli per terminare i compiti.

Ho scritto al presente anche se questo mi sembra un tempo ormai lontano ma vedo e sento ancora poca consapevolezza rispetto all’impatto che il Covid sta avendo sui più giovani.

In questo momento così delicato della nostra storia, prima di tutto, bambini e adolescenti hanno bisogno che venga riconosciuto il loro stato di calamità interiore, esattamente come il nostro.

Hanno bisogno di sentirsi al centro dei pensieri degli adulti che fino a oggi gli sono stati accanto, per non minare autostima e sicurezza di sé, già messa a dura prova dallo sgomento collettivo che li avvolge.

I docenti dovrebbero preoccuparsi di mantenere viva la relazione con i loro studenti, piccoli e grandi, per sostenerli in questo passaggio epocale: mandare messaggi concreti di vicinanza, offrire uno spazio, anche individuale, di incontro e racconto, suggerire riflessioni e raccogliere le loro testimonianze.

Moltissimi insegnanti si stanno finalmente rivelando per quello che sono, nella loro umanità, in una presenza finalmente autentica, libera dal condizionamento imposto dall’istituzione. Hanno accorciato le distanze e hanno scelto la strada del cuore. Sono convinta che queste maestre, maestri, professoresse, quando riapriranno le loro aule, non avranno perso nessuno studente e avranno consolidato una relazione solida e sincera, facendosi garanti di un senso di continuità tra ieri e oggi.

E i genitori? Qualche giorno fa, in una telefonata, Laura Mazzarelli* mi ha illuminata con una riflessione “Il Covid ha restituito ai genitori il loro ruolo educativo senza intermediari”.

Educare significa prima di tutto: accompagnare e sostenere.

Se non vogliamo ritrovarci tra qualche anno con una generazione profondamente minata emotivamente da questa esperienza, ricordiamoci che senza serenità, sicurezza e una giusta dose di allegria, l’apprendimento è una attività penosa e poco efficace.

In quest’ottica, preoccupiamoci soprattutto di mettere al riparo dall’angoscia i nostri piccoli, spiegando con parole semplici e chiare perché si sta in casa e cosa possiamo fare per stare in salute.

Occupiamoci soprattutto della nostra interiorità, di come stiamo elaborando tutto questo e di cosa stiamo trasmettendo loro con il nostro umore e i nostri gesti. Prestiamo attenzione alle loro domande e ai loro comportamenti, insomma, occupiamoci di loro e non solo dei loro compiti.

Forse a settembre non sapranno le tabelline come avrebbero dovuto secondo il programma, ma torneranno a scuola con tutta la voglia di ritrovare ciò che hanno lasciato e una rinnovata voglia di imparare.

Lo ripeto come un mantra da un decennio ai seminari, alle conferenze e anche nei colloqui individuali ma mai, mai come oggi questa frase mi sembra una luce che ci può guidare fuori dal buio: la relazione viene prima di tutto!

* pedagogista e insegnante di scuola dell’infanzia che ha scritto con me il libro “Invece di dire… prova a dire…”, edito da Mondadori, in questi giorni alla sua seconda ristampa.