momo il mostro di whatsapp

Momo, il mostro di whatsapp arriva a casa di Alli

“Mamma la mia compagna N. può venire lunedì pomeriggio da noi? Vogliamo chiamare Momo e vedere cosa succede.”

Leo ha 8 anni e frequenta la 3° elementare.

Momo, il mostro di whatsapp, è il nuovo incubo dei genitori di mezzo mondo: una faccia demoniaca che costringerebbe i ragazzini, attraverso messaggi whatsapp, a compiere gesti autolesionisti, fino al suicidio.

Sapevo dell’esistenza di Momo: ho un figlio adolescente che mi racconta cosa accade nel teenweb e lavoro con le famiglie, ma non avevo ancora avuto l’occasione di approfondire.

 “Certo amore che puoi invitare N. lunedì pomeriggio.”

Tieni la cartella, ok, scrivo alla mamma di N. di preparare la delega, buona giornata, bacio, ci vediamo alle quattro.

Momo, a noi due, è arrivato il momento di scoprire chi diavolo sei veramente.

Per prima cosa, come ti rappresenti: occhi a palla, sorriso stirato, narici da cocainomane, colorito da obitorio, mamma mia che brutta figliola. Da dove arrivi?

Non bisogna essere un hacker per sventare una bufala, basta aver voglia di investire 10 minuti su Google.

E questo è ciò che è accaduto lunedì pomeriggio.

Mammaaaaaaaaaa corriamo a casa, dammi il cellulare, hai cercato il numero di Momo?” un invasato. 

Arriviamo a casa, merenda.

“Allora bambini, in questi giorni ho cercato un po’ di info su questa Momo.”

“Davverooooo e cosa hai scoperto? Dimmi mamma dimmi.”

“Prima di tutto che è una scultura di un artista giapponese.”

“Noooooooooooooo, come una scultura? Ma finta?”

Mostro la foto. 

“Eeeeeeehhhh già, fintissima! Si chiama MotherBird, significa Mamma Uccello, vedete sotto la facciozza orrenda di Momo, c’è un corpo da uccello. Quindi Momo è un’opera d’arte.”

“Ma nooooooooooooooooo, ma è finta?” 

“Amore sì, fattene una ragione, è finta!”

Ma allora chi ti chiama di notte per spaventarti con le voci horror?

“Dunque questa cosa delle chiamate non è chiarissima, quello che ho capito è questo: ci sono degli hacker, sapete cosa sono gli hacker?”

Leo annuisce, N. fa gli occhi di Momo.

Leo spiega a N. chi sono gli hacker.

“Quindi, questi hacker si agganciano al tuo numero quando tu chiami perché sei curioso e vuoi farti spaventare di notte…” Leo fa gomito a N. “…e pare che attraverso il tuo numero di telefono si aggancino ai tuoi dati personali, come i numeri dei conti e delle carte di credito e…”

“E ti fregano tutti i soldi?”

“Eh, non sono sicura sia così, perché le informazioni sono molto confuse, ma qualcuno dice che in realtà, la bufala di Momo, serva a questo.”

“Vabbè, comunque è una cavolata, una cosa finta, non esiste nessuno, niente horror.”

“No amore, non esiste nessuno e niente horror.”

“Ah ok, chissà che mi credevo io. Vabbè, N. andiamo a giocare?”

Fine!

Quando Leo ha pronunciato la parola Momo il primo istinto sarebbe stato quello di fargli il terzo grado: come fai a conoscerla? Chi te ne ha parlato? Sei piccolo!

Il mio intuito invece mi ha guidata verso una strada diversa: la ricerca. 

Perché questo è ciò che desidero per i miei figli:  uno spirito critico allenato, che non accetta per buona una notizia solo perché tutti ne parlano.

Per noi Momo si è trasformata in una occasione per approfondire come funzionano certi meccanismi sul web. 

Ancora una volta ringrazio la mia natura impermeabile all’allarmismo perché, come spesso accade nelle questioni che riguardano i figli, sono più i danni provocati dalla nostra ansia che i reali pericoli a cui i nostri pargoli vanno incontro.

Quando i miei figli raccontano situazioni potenzialmente preoccupanti, prima di scaricare su di loro la mia ansia, le mie critiche, il mio disappunto, mi fermo, mi ascolto e soprattutto cerco di capire.

Il più delle volte non c’è nulla di così allarmante ma il bisogno dei bambini di capire meglio una situazione e le emozioni collegate.

“La relazione viene prima di tutto” significa anche questo: scegliere di dedicare del tempo per approfondire  e decodificare aspetti del mondo, reale o virtuale che sia, che non sono ancora in grado di comprendere, piuttosto che relegarli nell’angolo del “Non si fa, non si dice, non sta bene”, condannandoli a prendere per oro colato tutto ciò che passa dai media.

Momo, il mostro di whatsapp, per noi ritornerà ad essere il nome di un caro amico e il titolo del meraviglioso libro di Michael Ende, che tutte le famiglie dovrebbero leggere insieme.

Con buona pace di allarmisti e creduloni.

Foto tratta da youtube

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